domenica 27 gennaio 2013

Cos’è Bellezza in arte

Funzione dell’arte è creare bellezza o creare piacere? Piacere certamente no. Molte opere turbano, inquietano, addolorano. Le Storie della Passione in primo luogo.
Si attribuisce però a Tommaso D’Aquino, colui che, a mio giudizio, ha risolto il mistero della bellezza, una frase che dice il contrario: bello è ciò che piace (pulchra sunt quae visa placent). Ma la citazione, ripetuta all’infinito, è fasulla. Se si apre la Summa Theologica, si legge Dicuntur, pulchra sunt quae visa placent". Dicuntur”, “Si dice che”. Ma non lo dice e non lo pensa Tommaso. E allora, oltre alle storie della Passione, vengono in mente i massacri, i quarti di bue, le lezioni di anatomia, l’arte cubista e Les Demoiselles d’Avignon, gli scarponi da contadino infangati e deformi e i mangiatori di patate di Van Gogh. Capolavori tutt’altro che piacevoli alla vista.
Cosa s’intende allora per bellezza in arte? La risposta di Tommaso è: claritas. Cos’è ce lo dice James Joyce in Dedalus. Ritratto dell’artista da giovane, la sua autobiografia giovanile in veste di Stephen Dedalus.
Claritas è la verità nel suo splendore o lo splendore della verità. La verità pura, assoluta che traspare anche nelle cose più triviali, oltre che nel sorriso de La Gioconda.
Gli scarponi del contadino olandese ci raccontano la sua lotta per strappare a quella fanghiglia il suo cibo quotidiano. Lo ritroviamo ne I mangiatori di patate. Dice Van Gogh in una lettera: “Quelle persone hanno onestamente meritato di mangiare quelle patate”. E così la famiglia, raccolta a cena nella stamberga alla luce fioca del lume a olio, fa la sua eucaristia, un “buon dono” secondo l’étimo. E noi, spettatori, entriamo nel quadro e condividiamo quel pasto e quel dono.

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