Prima di accingersi a leggere un'opera, verificare se esercita un impatto immediato sullo spettatore. E' il fenomeno della "sintesi passiva" o della materia parlante. Arriviamo in un posto e diciamo: "Questo posto mi piace!", oppure "m'inquieta". Il luogo ha parlato.
Nell'arte il fenomeno della sintesi passiva è prevalente. L'arte si accetta, si gode, si acquista, si colleziona senza né sapere, né chiedersi il perché. Per individuare il perché o un perché, occorre chiedersi "Perché è bello ciò che è bello?". E' il campo dell'ermeneutica dell'arte. I critici l'hanno risolta in tre modi, che in realtà sono quattro.
Il primo la collocazione storica. Non a caso. La formazione prevalente dei nostri critici è di Storia dell'arte. "Se ne intende?"
"Sì, è uno storico dell'arte." Pensate che disastro, se un medico curasse i malati con la storia della medicina!
Il secondo approccio è quello filologico. Si cercano le ascendenze dell'opera di un artista in quelli che l'hanno preceduto. Andando a ritroso, di solito si arriva a Piero Della Francesca, a Giotto o a entrambi.
Il terzo approccio è quello tecnico: la pennellata, il colpo di scalpello, i colori, la prospettiva e così via.
Infine il quarto, quello dell'infallibilità del giudizio. Si dicono cose generiche, tipo: "Un colore toccante che scuote le più intime fibre dello spettatore e richiama i momenti più alti della pittura italiana del Rinascimento". Se si cambia l'opera, il commento vale lo stesso. E' la forza del genericismo, il cui modello insuperato è l'etichetta del retro della bottiglia di vino: "Sentore di spezie, con richiami di rosa antica, frutta secca e tabacco."
Nessuno di questi approcci è ermeneutico, non mira a cogliere il messaggio dell'opera, il suo racconto.
Cerchiamo ora di leggere uno dei capolavori di Johannes Vermeer, in mostra alle Scuderie del Quirinale a Roma, fino al 20 gennaio. Inquietante. Lo è per ciò che dice quel volto.
In primo luogo l'impatto dell'enorme cappello rosso, di tessuto spesso, folto di pelo. Un tetto di paglia compressa. Ricorda il segno geroglifico di "casa" nella scrittura ieratica egizia. Un quadro nel quadro; qualcosa che sovrasta. Opprime la fanciulla e, allo stesso tempo, con la sua spinta in avanti, denotata dall'inclinazione verso destra, indica un movimento in atto. Al momento è esclusivamente psichico o mentale, ma può diventare fattuale.
Il viso è febbricitante, la cornea arrossata, le narici mostrano un respiro affannoso, la bocca si apre in un grido ora rattenuto, ma pronto a esplodere, quando quel pensiero tormentoso diventerà decisione: la fuga da una casa prigione, raffigurata con quell'imponente e opprimente cappello rosso.
Infine, uno scarto nella luce. Non quella fiamminga fredda, tenue, perlacea. Questa che colpisce la fanciulla è la luce del fulmine: bianca, candida e che candisce ciò che investe. E' lo schianto di una chiarezza che determina la decisione di una fuga.
Sullo sfondo, tre finestre aprono sul nero della notte e, a sinistra, sulla tappezzeria, la stampa parziale di un fantasma, uno di quelli che si agitano nella mente della fanciulla.
Questo il racconto drammatico della "Fanciulla dal cappello rosso".
