martedì 11 dicembre 2012

Vero, falso, bello

Han van Meegeren (1889 - 1947) era un bravo pittore inizio novecento. I critici lo presero di mira: tecnicamente ineccepibile, ma niente ispirazione. I ricchi borghesi di Delft, che gli commisionavano il proprio ritratto in stile Rembrandt si diradarano. Per poter vivere con l'unico mestiere che conosceva, decise non di copiare ma di creare dei Vermeer (1632 - 1675) inesistenti che diceva di aver ritrovato tra i diciotto perduti su cinquanta che si riteneva ne avesse prodotto. Meegeren ne creò sei in tutto e li vendette a prezzi di autentico. Un paio a Herman von Goering, feldmaresciallo del Terzo Reich, follemente appassionato d'arte. Glieli pagò un milione di fiorni ciascuno contro i due milioni richiesti, non sapendo che il valore reale era cinquanta fiorini.
I critici erano unanimi: "inconfondibile mano vermeeriana". Abraham Bredius, il più grande di essi, ne consigliò l'acquisto al museo Boijmans di Rotterdam.
Van Meegeren guadagnò cifre colossali, ma non seppe gestire l'improvvisa ricchezza: alcool, oppio, sesso mercenario. Vendeva quadri falsi e comprava falso amore.
Nel 1947 fu processato dagli Alleati per collaborazionismo con i Nazisti per avergli venduto dei Vermeer. "Erano falsi" continuava a ripetere il povero Meegeren, ma nessuno gli credeva, neanche il tribunale. Chiese di potere realizzare in piena Corte un Vermeer, lo fece in modo impeccabile e fu condannato ad un anno come falsario e non all'impiccagione come collaborazionista. Morì poco tempo dopo, prima di entrere in prigione, per crisi di astinenza. Goering in prigione, in attesa di essere impiccato (ma si uccise con il cianuro) commentò: "Ma allora esiste veramente il male nel mondo!"
Negli stessi anni anche l'Italia ha avuto il suo grande falsario, Alceo Dossena (1878 - 1937). Specialista della scultura greco-arcaica e del '400 italiano. Accolto nei maggiori musei del mondo, si autodenunciò, accusando di truffa il suo mercante che vendeva come autentiche le opere che lui gli cedeva come copie e passandogli una minima parte del ricavato. Nel 1918 produsse una testa romana, la sotterrò in un cantiere edile e la fece dissotterrare, "casualmente", dagli operai. I critici gridarono alla grande scoperta e indisserò un convegno con la testa ritrovata in bella vista. Il buon Alceo irruppe e dichiarò di esserne l'autore. Lo sbeffegiarono come millantatore. Prese allora un martello, spaccò la testa ed estrasse un frammento di giornale di poche settimane prima.
Queste storie pongono domande serie sul valore dell'opera d'arte. E' importante che sia autentica? E' possibile fare una copia perfetta? Quanti falsi pendono dalle pareti delle più celebrate gallerie e sono oggetto di ammirazione estatica e di sofisticati studi critici? Ha valore l'autentico in se o il bello in se? E' vero che il valore dipende dalla rarità come per i francobolli da collezione? In definitiva, perchè è bello ciò che è bello? Fu chiesto a Modigliani come distinguere l'autentico dal falso. Risposta: "Semplice. Il bello è vero, il brutto è falso."
Allora cos'è il bello?
E' un pensiero frutto di una visione, una verità clara secondo l'estetica di Tommaso d'Aquino. E' ciò che comunemente viene detto ispirazione. Una visione da incorporare in oggetti comuni, anche ripugnanti come il quarto di bue o delle vecchie scarpe.
Ne L'Infinito di Leopardi l'ispirazione è l'idea, la sensazione, la visione dell'infinito scaturente dalla percezione del finito: l'ermo colle e lo stormir delle fronde che rendono "visibile" l'infinità spaziale e l'eternità temporale.
Il copista non trova l'idea, riproduce la sua rappresentazione con mezzi tecnici appropriati.
Lo facciamo tutti noi, quando ricopiamo una poesia o la memorizziamo. In questo caso la riproduzione è facile, poichè la rappresentazione è fatta con parole.
Una volta pubblicata, la poesia è di tutti. Non può valere lo stesso principio anche per le arti figurative?

copia di van Meegeren de La Ragazza con l'orecchino di perle di Vermeer

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