domenica 24 giugno 2012

Fàmolo strano

Vi sarà capitato di vedere in casa di amici una mininstallazione pendere da una parete. Cinque fili tesi su una tela, un batuffolo di garza, un mazzetto di stecchi contorti. L'anno acquistata a caro prezzo su consiglio di un amico che s'intende di arte contemporanea. Sulla console, sotto l'opera, un volume dedicato all'autore e tra le opere recensite proprio quella che pende lì sopra. <L'avete pagata molto, immagino> la mia domanda vigliacca. <Eh, sì. Ma ci hanno assicurato che si rivaluterà.>
E' la grande truffa dell'arte contemporanea, messa in scena da galleristi e critici in combutta. La legge di mercato del consumo di massa richiede la creazione di sempre nuovi prodotti. Vale per le merendine e vale per l'arte. Da qui la nuova arte del "famolo strano". L'appassionato d'arte è disarmato e viene manipolato a piacimento.
In generale i critici, quando non sanno cosa dire, sia sulle opere valide e, a maggior ragione, su quelle fasulle, si rifugiano in un linguaggio incomprensibile che fa tanto mistero e alta cultura. Questo linguaggio è invece la prova della mistificazione e dell'imbroglio. Leggete questo.
<Il fatto stesso che la forma abbia dentro di sé [...] la propria condizione di spazio e che pertanto la composizione assuma il valore di un'articolazione interna di forma o, analogamente, di un'estensione, non solo del modulo, ma della sostanza formale, a tutta la realtà, spiega il senso, non impressionistico, della simultaneità costruttiva, e non soltanto visiva, dello spazio nella pittura di Carrà. Lo spiega non psicologicamente, come rivelazione improvvisa, ma come conclusione emotiva di una meditata trascrizione della realtà empirica in esemplificazione totale ed esauriente della realtà come ultimo e assoluto eguagliarsi del mondo esterno, e dell'interno, tra i quali ormai, e proprio per questa saturazione di ogni interesse conoscitivo, non è più comunicazione possibile. Neppure attraverso l'anelito di commozione che è un brancolare incerto, un balbettio confuso e indistinto a confronto della risoluta certezza dell'illuminazione poetica.> (Giulio Carlo Argan, Appunti su Carrà, in Le Arti, anno I, fasc. III, 1939).
Cari ex studenti, bando alla frustrazione per non aver colto il senso sublime  di questa prosa; rinfrancatevi. Non c'è alcun senso. L'autore non sapeva cosa dire della pittura di Carrà e, come si dice a Roma, "la buttava in caciara".

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